La Tecnica ed il Tempo

 



Miei cari lettori, vorrei introdurvi ad un tema che approfondiremo nel corso delle sedute del Faro di Alessandria e che reputo non solo interessante da un punto di vista filosofico-speculativo, ma anche denso di ricadute pratiche sulla vita quotidiana e spirituale, per cui è degno di essere trattato nel giorno di apertura. Mi riferisco al problema della tecnica. Non v’è uomo della Tradizione che non si sia posto almeno una volta la domanda sulla problematicità dello sfruttamento tecnico della Terra e, più radicalmente e al di là di ogni ingenua concezione ambientalista, sulla stessa legittimità della ricerca teorica in ambito tecnico. Non v’è al tempo stesso uomo che abbia risposto a dovere ai seguenti quesiti: la tecnica rappresenta un ‘progresso’ o un ‘regresso’? È neutra o modifica sostanzialmente le concezioni etiche e morali dell’uomo? Si può dare un mondo tradizionale in presenza di un grande sviluppo tecnico?
Senza la pretesa di essere esaustivo, dato il breve tempo, comincerò a rispondere partendo dall’enunciare una legge interiore dell’uomo intento alla nobile ricerca della Verità: la volontà indefessa di conoscere ciò che è al di là dell’apparire ed intraprenderne la ricerca.

     Platone scriveva nella Repubblica: “Sul conto delle nature filosofiche riconosciamo il fatto che esse amano sempre apprendere ciò che può chiarire loro quell’essenza eterna che non può essere alterata dalla generazione e dalla corruzione”. Trovare, quindi, al di là della molteplicità, l’unità che non può essere alterata dalla generazione e dalla corruzione ci porta al grande problema della filosofia, la questione degli universali. Per farla breve, dato che il tema è molto complesso, citeremo P. Florenskij, il quale parla del problema dell’ ‘uno e dei molti’, ‘ɛν καί πολλά’. Il dilemma è trovare una soluzione che giustifichi l’esistenza della molteplicità in seno all’unità divina che tutto sembra rendere ricondurre all’indifferenziato. Che cosa c’entra questo con la tecnica? C’entra nella misura in cui l’uomo, dovendo ricercare l’Uno ma avendo davanti a sé i molti, deve ricostituire la perduta unità ‘assemblando’ i pezzi che si trova davanti. 

     Ora, questo scopo può essere perseguito in due modi opposti e antitetici: interiorizzando tale processo diricostituzione, che è a dire sperimentare in sé e su di sé l’unità, ordinando gerarchicamente le proprie passioni di uomo tramite le facoltà dell’anima per ritornare all’originaria idealità divina di sé stessi (Cristo Gesù è l’esempio di perfetto raggiungimento dell’unità delle due nature); oppure volgendo l’azione al di fuori di sé, verso la materia, in modo che l’unità si raggiunga alla fine di un processo asintotico come risultato di una caduta nell’indifferenziato quantitativo.

     Fra i due modi corre un abisso. Quest’abisso è lo stesso che corre fra la concezione ciclica e quella lineare del tempo ed è lo stesso che corre fra una concezione qualitativa ed una quantitativa dell’esistenza umana. La seconda via è quella che l’uomo moderno ha intrapreso, da circa quattro secoli a questa parte, come conseguenza del rigetto della concezione ciclica del tempo. Posto che, come abbiamo già accennato, l’uomo ricerca ‘ciò che è al di là’, la concezione lineare ha posto questo ‘al di là’ sempre un passo più avanti a noi e il tempo ha assunto una connotazione ‘progettuale’.

     Nasce l’idea di progresso e si consolida quindi l’idea di una ricerca senza fine (senza termine ultimo) poiché il proprio fine è raggiungere all’infinito (all’asintoto) la perfezione tramite il miglioramento continuo dei propri mezzi per raggiungere i propri fini, i quali non sono più stabili, ma sono solamente il polo futuro dell’azione presente che a sua volta è circoscritta nel passato dall’ultima innovazione strumentale. Siamo nel mondo delle cause e degli effetti concatenati linearmente.

     La concezione ciclica invece propone all’uomo un universo di senso analogico: figure ricorrenti ripropongono una storia che mai si ripete negli avvenimenti ma sempre ricorre in simboli e figure, in quanto accade primariamente nell’atemporalità del mondo metafisico. Solo in questa concezione è possibile trovare un universo che lasci all’uomo uno spiraglio verso il trascendimento verticale e non soltanto immanente e orizzontale.

    Ma perché vi sto parlando tanto male della concezione lineare? Perché implica che l’uomo si sia evoluto generando dal caso le sue stesse facoltà interiori. Galimberti nel suo libro Psiche e Techne spiega bene questo punto: se la tecnica nasce come rimedio alla carenza istintuale dell’uomo (che al contrario dell’animale non ha un ambiente privilegiato) allora essa si stratifica nell’uomo come oggettivazione a posteriori delle tecniche di manipolazione del mondo ai fini della sopravvivenza. Ne consegue che dal ‘trial and error’ dei primi uomini gradualmente si sia sviluppata una cultura come deposito delle tecniche necessarie alla sopravvivenza. Sembrerebbe logico, no? Eppure c’è una falla nel ragionamento. Utilizziamo il metodo genealogico. Invece di chiederci che cos’è la cultura (e quindi per esteso l’anima) possiamo chiederci ‘come nacque nell’uomo il primo pensiero tecnico da cui sembra essere nata la cultura’? Le opzioni, seguendo Galimberti, sono due: per caso o per azione indotta dall’esterno. In entrambi i casi si ha che un’attiva ricerca del miglioramento non può permanere nel tempo. Insegnare ad una scimmia una tecnica non innesca il processo attivo di ricerca, allo stesso modo in cui il fatto che un animale ‘scopra’ per caso una tecnica non implica che la possa mantenere nel tempo, proprio perché la progettualità del tempo esiste solo per esseri che vivono o sono vissuti in una dimensione al di là del tempo. Ecco perché la cultura umana non è un portato naturalistico che nasce dal bisogno animale (un animale ha solo bisogni, non desideri), ma dovrebbe essere considerata un adattamento visibile della tendenza tutta umana all’auto-trascendimento in una dimensione al di là del tempo.

     Veniamo quindi alla religione, la nostra religione, il Cristianesimo. Sembrerebbe che il Cristianesimo proponga la visione lineare del mondo e di certo si è posto molto l’accento su questo aspetto nel corso della storia. Personalmente sono dell’opinione (si badi che sto ancora studiando il problema e desidero farlo con chi di voi vorrà seguirci) che è proprio questa concezione lineare che la nostra religione ha fatto passare in molti suoi pensieri ad essere la causa della nascita stessa della tecnica come la conosciamo oggi. Tecnica che non è neutra, né ormai può, come vorrebbe Del Noce, essere ricondotta nel recinto della religione, essendo nata proprio in antitesi al pensiero religioso tradizionale (che propugnava la concezione ciclica). In antitesi non per sua propria virtù ma per la debolezza del pensiero religioso cattolico moderno che ha fornito essa stessa l’appiglio alla tecnica moderna, rigettando gradualmente la tecnica a lei più propria, la tecnica interiore di cui si parlava prima. La via della divinizzazione interiore dell’uomo, la via della Gnosi [di San Clemente Alessandrino, ndr], la via interna, quella che permette all’uomo, con le facoltà dategli da Dio stesso, di scalare il monte della Santa Sapienza in modo attivo. Oggi la religione cattolica, come si può ben notare dallo stesso atteggiamento, ahimè, di molti fedeli, è stata relegata a passiva consolazione per l’impotenza umana.

      In definitiva si può dire che è ormai concepita soltanto come luogo per piangerela debolezza dell’uomo di fronte alle conquiste tecniche non ancora ottenute e in questo è funzionale alla tecnica stessa! Dove la tecnica funziona non c’è più fede, perché essa, divenuta ormai solo un ripiego, prospera dove la razionalità tecnocratica non è ancora arrivata, come una consolazione temporanea nell’attesa dell’arrivo dei lumi della tecnica. Questo perché il cattolicesimo ha dimenticato che esiste una tecnica spirituale. O forse dovremmo dire che ha soppresso e perseguitato quella che nei secoli è sempre stata definita gnosi in senso dispregiativo, che è però la vera tecnica interiore [confondendo la vera Gnosi (conoscenza) con lo gnosticismo, ndr]. Ci permettiamo dunque di dire con Nietzsche che oggi veramente l’abiezione ha posto il suo scranno nel cattolicesimo; questo senza sentirci nichilisti o miscredenti, poiché sappiamo che l’uomo ha ancora in sé la scintilla divina che gli permette di agire realmente sul mondo invisibile  ed anche, che Dio non abbandonerà la sua Chiesa e ne permetterà la rinascita tramite l’esempio dei suoi Santi.

La tecnica sarà sempre ‘di gran lunga più debole della necessità’, come dice il Prometeo incatenato di Eschilo, se teniamo a mente che la storia, lungi dall’essersi compiuta come vorrebbero alcuni (F. Fukuyama), è circolare e quindi avrà un termine che sarà un nuovo inizio. La Parusia segnerà questo ritorno all’età dell’oro. Qui non si fa solo filosofia ma si mette in pratica ogni parola. E’ necessario però prima prendere coscienza di che cosa sia la tecnica e poi implementare nella propria vita quelle tecniche interiori che ci permetteranno di non dipendere da questo meccanismo totalizzante che prosciuga il nostro tempo, le nostre energie, la nostra voglia di vivere, racchiudendo tutto in un orizzonte senza scopo poiché la tecnica è ogni scopo

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